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Report #3

Age Verification: da grandi poteri, grandi responsabilità

Age Verification: da grandi poteri, grandi responsabilità

Due metodi di verifica dell’età online a confronto – per proteggere bambini e adolescenti in uno spazio online sconfinato precocemente accessibile e profondamente pervasivo

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L’accesso dei minori ai social media in Italia

L’accesso dei minori ai servizi digitali è oggi quasi universale e avviene sempre più precocemente. Un undicenne su due possiede già uno smartphone. Il 62,3% dei ragazzi tra 11 e 13 anni ha almeno un account social attivo. Il 40% di loro li usa creando account con età falsificate o usando credenziali di adulti.

La soluzione attuale al problema non sta funzionando

Solo il 30% dei genitori ha installato app di parental control sui dispositivi dei figli, e le soluzioni disponibili appaiono facilmente aggirabili da adolescenti digitalmente smaliziati. L’illusione che basti chiedere l’età all’accesso – il meccanismo di autodichiarazione oggi dominante – si infrange di fronte alla realtà: è un filtro di carta.

I due modelli di Age Verification disponibili

Ma cosa ne pensano le imprese digitali?

E in particolare le startup?

Per capirlo, abbiamo chiesto direttamente a loro se verificare l’età degli utenti sarebbe problematico o invece utile, e chi dovrebbe farlo.

In quali settori operano le start-up censite?
Qual è il loro target di pubblico (adulti vs minori)

Cosa ne pensano le start-up dell’Age Verification?

Alla domanda chiave sull’impatto previsto di un sistema di verifica dell’età per i servizi online rispondono che da un lato temono per un peggioramento dell’esperienza utente, dall’altro intravedono almeno un beneficio parziale in termini di fiducia da parte degli utenti.

Cosa dicono le start-up sulla regolamentazione dell’Age Verification?

Abbiamo inoltre raccolto commenti qualitativi in forma anonima, ecco alcuni temi ricorrenti.

Contrarietà e frustrazione verso le nuove regole
Le nuove normative sono percepite come eccessive e dannose, soprattutto da chi non opera in settori ad alto rischio
Viene richiesta una maggiore differenziazione normativa in base al pubblico servito e al rischio effettivo
Necessità di un approccio user-friendly, leggero, interoperabile con i sistemi già esistenti

Una regolamentazione dovrebbe essere a livello nazionale o europeo?

E’ evidente la preferenza per un approccio armonizzato a livello europeo, che riduca la frammentazione normativa e le duplicazioni di compliance. Tuttavia, una quota significativa preferirebbe evitare del tutto nuove regolamentazioni, esprimendo timori per oneri e rigidità eccessive.

Wrap–up della survey

I commenti rafforzano quanto emerso dai dati: molte start-up temono l’onerosità e l’invasività di nuove regole. Due start-up su tre pensano che l’Age Verification peggiorerebbe l’esperienza degli utenti. Una start-up su due preferirebbe una soluzione a livello europeo.

Inoltre le evidenze dimostrano che il modello centralizzato è molto più efficace

Una soluzione integrata nel sistema operativo può ridurre del 60 – 85% l’accesso non autorizzato ai contenuti vietati, soprattutto tra i minori di 13 anni, che sono i più vulnerabili.

Bisogna poi considerare i costi di compliance

Un’azienda che opera in più paesi europei deve adattarsi a normative divergenti, costruendo sistemi separati per ogni giurisdizione. I costi sono enormi: fino a 500.000€ all’anno per una PMI digitale che voglia implementare più sistemi di age verification. Ogni verifica può costare fino a 0,50€ per utente, e a cui si sommano spese per licenze, auditing, sviluppo, gestione dei dati personali. A farne le spese sono le startup e le imprese più piccole.

Le possibili controindicazioni

La soluzione centralizzata rafforza i gatekeeper?
La soluzione centralizzata è facilmente aggirabile?
La soluzione centralizzata è un rischio per la privacy?
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